Google dot-com

Negli Stati Uniti siamo alle prove generali di bolla hi-tech. Lunedì 4 aprile Google ha offerto 900 milioni di dollari per il portafoglio di brevetti (in totale circa 6.000 nel settore della ricerca su Internet, wireless e social networking) attualmente nelle mani di Nortel Networks, una società canadese oggi in amministrazione controllata. Il colosso di Mountain View, come ha sottolineato anche il Wall Street Journal, ha sborsato quasi un miliardo di dollari solo per mettersi al riparo da futuri procedimenti legali per possibili violazioni dei diritti sulle licenze industriali. di Camilla Conti
5 AGO 20
Immagine di Google dot-com
Ma non sono soltanto le motivazioni dell’operazione a far dibattere gli analisti americani, quanto le cifre ragguardevoli che confermerebbero le tesi di chi prevede l’esplosione di una nuova bolla tecnologica. Non mancano i numeri a sostegno della previsione: nel 1999, in pieno boom delle dot-com, le 24 società quotate sul Nasdaq, la Borsa dei titoli tecnologici, totalizzavano una capitalizzazione di mercato pari a 70,96 miliardi di dollari. Nel 2011 cinque dei gruppi Internet più promettenti sono stati valutati complessivamente 71,3 miliardi di dollari. Dunque ci risiamo?
La nuova bolla sembra ancor più concentrata e dunque insidiosa rispetto a quella di dodici anni fa. Il che spiega perché oggi il Nasdaq corre attorno ai 2.700 punti rispetto al record di 4.500 punti del ’99. Il rally dei titoli tecnologici ha comunque riportato il listino sui livelli di novembre 2000. “Siamo senza dubbio nel bel mezzo di una bolla Internet”, ha detto l’ad di Yahoo, Carol Bartz, in una recente intervista al quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung. Intanto gli investimenti in Facebook e Zynga hanno più che quintuplicato il valore implicito di ciascun gruppo negli ultimi due anni. Non solo.
Il collocamento in Borsa di Groupon, il sito che con la formula dei gruppi d’acquisto rende possibile comprare beni e servizi a prezzi scontati, si basa su una valutazione della società pari a circa 25 miliardi di dollari. Mentre meno di un anno fa Groupon era valutata 1,4 miliardi di dollari. Ancora: la Apple dal 2003 a oggi ha messo a segno un balzo stellare passando da dieci a 350 dollari per azione. Ma i fondamentali c’entrano poco, a fare la magia è la speculazione: basta pensare che sulla “Mela” scommettono ben 195 hedge fund. I grandi investitori fanno a gara per accaparrarsi una fetta delle dot-com. Dopo Goldman Sachs con Facebook, è arrivato il turno di Jp Morgan che ha messo gli occhi su Twitter, valutata 4,5 miliardi di dollari.
Tuttavia, come fa notare il New York Times, non mancano le differenze con la bolla del 2000. Per cominciare, il mercato azionario ancora non è sazio di offerte. Nel 1999 si registravano 308 Ipo (Offerte pubbliche iniziali) tecnologiche, circa la metà degli sbarchi in Borsa di quell’anno, rispetto alle 20 del 2010. Ma soprattutto le start up che stanno attirando così tanto gli investitori vantano business (e ricavi) reali e non solo virtuali. Senza dimenticare che dal ’99, quando 248 milioni di persone si collegavano on line (meno del 5 per cento della popolazione mondiale), la banda larga di Internet e i pc sono diventati accessibili a tutti, e oggi circa una persona su tre va naviga quotidianamente per un totale di circa due miliardi di utenti.
Nel 2000 si vedevano piccole aziende che si quotavano e che a malapena avevano un business plan mentre oggi parliamo di poche società che però sono già globali. Il pericolo resta, come in ogni bolla che può scoppiare. Intanto Wall Street è stata costretta a ribilanciare il listino dei tecnologici; per riflettere meglio la capitalizzazione di mercato delle aziende, dal 2 maggio Apple vedrà ridimensionato il proprio peso nell’indice Nasdaq-100 e rappresenterà all’interno del listino non più il 20,49 per cento, ma solo il 12,33 per cento, mentre avanzeranno Microsoft (8,32 per cento) e Cisco Systems (3,66 per cento).

di Camilla Conti